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...........:: Giorgio Pellegrini
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.Assessore alla Cultura del Comune di Cagliari

Ricordo perfettamente la voce di Antoni Tapies conclamare, qualche anno fa da un'emittente spagnola, che già l'invenzione della fotografia aveva azzerato qualsiasi possibilità di sopravvivenza della pittura figurativa. Mi aveva davvero impressionato l'astioso accanimento di quell'ottantenne, esgli stesso antico campione della figura nell'arte, che scanidva impunemente tanta rabbiosa banalità. Ma la filippica del catalano finiva comunque di chiarirmi il senso della violenza delle avanguardie storiche nel novecento, quel vento rovente che brucia autentico nella prima metà del secolo del sangue e delle idee, per trasformarsi, subito dopo la seconda guerra mondiale, in un'attitudine arrogante, che si fa progressivamente sempre più isterica e intollerante, mano a mano che si scopre orfana di una Storia che ne giustifichi nuova autenticità e ancora frustrata dall'impossibilità ineludibile di riproporre il mito spento del Nuovo.

Ho pensato insomma a quella mera branda, smontata da Tapies e appesa - oggi - in alto, all'ingresso del MAC di Barcellona, a balbettare inutili, anacronistici e museificati messaggi dadaisti contro chi? Contro cosa? Ma viva pure questa noia infinita della "tradizione del nuvo" e nessuno si sogni di vietarla. Purchè nessuno però, caro Tapies, si azzardi a vietare il contrario: quella pittura figurativa che tanto ti infastidisce, oscurata, come dici, dall'avvento della fotografia, quel modo di dipingere antico eppure mai vecchio, quella tradizione mimetica immensa, da sempre vede l'uomo cimentarsi nell'imitazione della Realtà, con pennello e colori.

Come si vede nell'opera mirabile di Giuseppe Carta, dove si incontrano ancora una volta i due bracci - i due realismi - della grande tradizione rinascimentale eurpea, come bene li aveva individuati Cesare Brandi: quello sintentico, o di struttura e quello analitico, o di superficie. Accurata analisi noridca e sintesi plastica italiana, si fondono a vertebrare saldamente la mimesi, imponente che muove incontro a chiunque si avvicini a fruire della pittura di questo pittore vero. E dentro l'universo di modelli di una tradizione semplicemnte monumenatle, Carta scelie con cura, sapienza: dalle minuzie lenticolari fiamminghe, alla verità solida di Velasquez, al mito preciso delle forme illuminate di Caravaggio, tutto nel rito lento e ieratico di un dipingere che sa arrivare a esiti formali assertivi di una sorta di perfezione sacrale. Dove l'epifania del reale dipinto assurge veramente a dimensioni metafisiche, non nei modi moderni e secolari di un De Chirico, bensì in quelli profondamenti intrisi di una religiosità più antica e appassionata di "eroici furori" cinquecenteschi. "Alla divinità s'ascende per la natura" affermava Giordano Bruno e la perfezione esecutiva nella riproduzione del vero naturale finisce per scatenare, ancora una volta, nell'esperienza estetica, effetti collaterali che sconfinano in quella mistica.
 
 
 
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Creato: 07.05.2007 - Webmaster: Alessandra Carta - Ultimo Aggiornamento: 02.09.2010